Il prezzo del respiro. Ovvero: imparare a riconoscere il proprio valore.
Non è durante una sessione che arriva la domanda difficile.
Durante una sessione sono completamente presente. Immerso. Grato di esserlo. C'è qualcosa di preciso e ordinato in quello spazio — so cosa fare, so come leggere quello che succede, so quando stare in silenzio e quando guidare. In quei momenti non c'è nessun dubbio sul senso di quello che faccio.
La domanda difficile arriva prima. O dopo. O nei momenti in mezzo, quando si tratta di rispondere a qualcuno che chiede quanto costa una sessione.
La fatica di riconoscersi un valore
C'è una cosa che il breathwork mi ha insegnato — e che continuo ad imparare, anche su me stesso — che riguarda la difficoltà di ricevere.
Non tutti arriviamo alla vita adulta avendo imparato a riconoscere il proprio valore. Non è una mancanza personale, è spesso una mancanza educativa, culturale, a volte generazionale. Si cresce imparando a dare, a fare, a essere utili agli altri. Si impara molto meno a dire: quello che porto ha un peso, e quel peso merita di essere riconosciuto anche economicamente.
Per me questo interrogativo non è nato con il breathwork. È precedente. Ma il breathwork — e la scelta di farne una professione — lo ha reso impossibile da ignorare.
Perché quando decidi di offrire un servizio che riguarda la regolazione del sistema nervoso, il benessere emotivo, l'elaborazione di tensioni che le persone portano nel corpo da anni, ti trovi a dover dare un prezzo a qualcosa che senti come profondamente necessario. E se non sei stato abituato a riconoscere il tuo valore, quella cifra diventa una delle cose più difficili da scrivere.
Il paradosso del facilitatore
C'è un paradosso specifico in questo lavoro che vale la pena nominare chiaramente.
Il breathwork è una pratica antica. Le sue radici stanno nel pranayama, nella respirazione olotropica, nel rebirthing, nel lavoro sul sistema nervoso autonomo che la ricerca moderna continua a documentare. È accessibile — nel senso che non richiede attrezzatura, non richiede un ambiente particolare, non richiede anni di preparazione da parte di chi la riceve.
E proprio questa accessibilità può far sembrare che guidarla valga poco.
Ma quello che porta un facilitatore certificato in una sessione di breathwork non è la tecnica in sé. È la capacità di leggere il sistema nervoso di chi ha di fronte in tempo reale. Di scegliere la tecnica giusta per quel profilo, in quel momento, partendo da quello stato di partenza. Di mantenere uno spazio sicuro — trauma-informed, privo di giudizio, calibrato sulla finestra di tolleranza della persona — mentre il processo si svolge.
Quella capacità si costruisce con anni di pratica personale, formazione specifica, sessioni accumulate. Non è improvvisazione.
E c'è un altro aspetto che chi non fa questo lavoro difficilmente considera: l'intensità energetica di una sessione di breathwork non è unilaterale. La presenza profonda che il lavoro richiede — quella qualità di ascolto e contenimento che rende una sessione davvero efficace — costa energia vitale reale. Per questo non riesco a fare più di tre sessioni in una giornata. Non è una limitazione, è igiene professionale. Walk your talk: non posso guidare qualcuno nella regolazione del proprio sistema nervoso se il mio è esaurito. A volte si esce da una sessione ricaricati, specialmente quando il processo è fluido e pacifico. Altre volte si esce svuotati, e quello svuotamento va rispettato.
Come sciolgo il paradosso
Il mio modo di tenere insieme queste tensioni, per il momento, è semplice: riservo degli slot da offrire gratuitamente a chi non potrebbe permettersi una sessione altrimenti.
Non è una soluzione economica — non lo è. Ma risponde a qualcosa che sento come necessario, che va oltre la logica professionale.
In quelle sessioni ritrovo un senso molto profondo di aiuto e supporto. Qualcosa che mi riporta alla ragione originale per cui ho scelto questo lavoro, prima ancora che diventasse un lavoro. Come se in quello spazio cadessero le mediazioni e rimanesse solo il fatto essenziale di due persone — una che guida il respiro e l'altra che si fida abbastanza da seguirlo. In quei momenti mi sento come se davvero fossimo tutti fratelli e sorelle. Non è retorica. È una sensazione fisica, precisa.
Quello che il lavoro porta nella vita
C'è una cosa che non avevo previsto, quando ho iniziato a facilitare.
Fuori dalle sessioni, cerco di scrollarmi di dosso il ruolo del facilitatore. Ho bisogno di essere Niko, non una funzione. Non voglio essere "quello del breathwork" in ogni contesto — a cena, con gli amici, nelle relazioni.
Eppure è inevitabile che, nei momenti di stress — familiari, relazionali, nei momenti in cui chi mi è vicino attraversa qualcosa di difficile — mi ritrovi ad avere una capacità di contenimento e di presenza che scopro, ogni volta, essere cresciuta. Non la cerco. È semplicemente lì.
Quello che il breathwork mi ha insegnato — a me come a chi lo pratica — è che la finestra di tolleranza si allena. Che il sistema nervoso impara. Che la presenza non è uno stato fisso ma una capacità che si costruisce nel tempo, sessione dopo sessione, anche nelle sessioni della vita quotidiana che non si chiamano così.
Quello che non mi aveva detto è che quella capacità, una volta sviluppata, non ha un interruttore. Ed è al tempo stesso il costo e il senso più profondo di questo lavoro.
Niko Cutugno Lancia è facilitatore Breathwork certificato Owaken. Offre sessioni individuali di respirazione consapevole a Milano e online, con approccio trauma-informed.
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